La gestione fiscale è l’elemento base per qualsiasi attività, per questo non fa alcune eccezione il mondo del Forex.

Vediamo come comportarsi nei rapporti con il Fisco

I dubbi sono davvero tanti: false indicazioni, chi dice che è obbligatorio aprire la partita IVA e chi invece non vuole dichiarare nulla. Il consiglio è sempre di contattare un buon commercialista per avere un quadro preciso e nitido della situazione. Sono molti quelli che ritengono che il Forex possa essere esente da tassazione, si sta vendendo l’Euro in cambio di altra moneta: questo è il Forex.

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In soccorso è arrivato  il decreto legislativo 141/2010, entrato in vigore il 19 settembre del 2010, che ha apportato le modifiche all’articolo 1, comma 4 del Testo Unico della Finanza (TUF) ha inserito all’interno della classificazione dei  contratti finanziari differenziali (CFD o derivati), i contratti di acquisto e vendita di valuta, del tutto estranei a transazioni commerciali e regolati per differenza, anche tramite operazioni di rinnovo automatico (c.d. “roll-over”).

Operare nel Forex, vuol dire eseguire contratti finanziari differenziali, per cui è necessario prendere in considerazione per il trattamento fiscale. Le tasse sui guadagni nel Forex vanno sempre pagate a prescindere dall’entità del capitale movimentato e dai tempi di esecuzione.

Sul mondo del web si potrebbe incontrare pareri discorsi, si potrebbe leggere che sarebbero esenti da tassazione importi inferiori ai 51.645,69 €.

Si deve far riferimento alla risoluzione dell’Agenzia delle entrate 67/E del 6 luglio 2010 , ma se si prende nota del testo e si fa mente locale che il Forex è negoziazione di CFD, è evidente che questa  esenzione si riferisce ai depositi in valuta estera che sono destinati alle operazioni commerciali.